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A Pitti Uomo la protesta dei lavoratori sfruttati della moda: “I grandi brand si prendano le loro responsabilità” – ASCOLTA

today16/01/2026

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    Luca Toscano, Sudd Cobas su crisi moda 16012026

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    Francesca Ciuffi, Sudd Cobas su vertenza Alba 16012026

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FIRENZE – Nel giorno di chiusura di Pitti Immagine Uomo 2026, stamani sbarca alla Fortezza da Basso la protesta dei lavoratori “invisibili” della filiera della moda, sfruttati, malpagati e spesso licenziati in tronco solo per aver chiesto il rispetto dei diritti fondamentali ad orario, paghe e contratti. Sono quelli della vertenza della stireria “L’alba” di Montemurlo, da 5 mesi in sciopero e senza stipendio dopo che la fabbrica è stata chiusa e la produzione trasferita come risposta alla mobilitazione che aveva portato i dipendenti a vedersi riconoscere l’applicazione del contratto di settore.

“Parliamo di lavoratori che per anni hanno stirato e confezionato di brand di alta fascia e crediamo che questi brand debbano essere portati a trovare una soluzione per questi lavoratori” spiega Francesca Ciuffi, Sudd Cobas: “Noi siamo riusciti a coinvolgerli con la mobilitazione in un tavolo di filiera innovativo. Questo tavolo in questo momento è in stallo, noi crediamo che sia necessario che tutti si prendano le loro responsabilità perché i lavoratori se le stanno prendendo, denunciando questo sistema, chiedendo giustizia nel sistema della moda: questa responsabilità se la devono prendere i brand committenti mettendo a disposizione queste commesse” ma “crediamo che anche un coinvolgimento di altre istituzioni come la Regione Toscana potrebbe aiutare”.

Una protesta che esula dalle richieste dei lavoratori dell’Albe e che si estendere a tutta l’economia dello sfruttamento di un settore, quello, della moda, che in un momento di crisi chiede aiuti e sovvenzioni ma in molte realtà non riconosce i diritti fondamentali a chi lavora per produrre i capi che vengono venduti a prezzi da capogiro, come denuncia Luca Toscano, Sudd Cobas: “Non siamo più solamente noi a dirlo, ma sono negli ultimi due anni soprattutto le procure e le innumerevoli denunce, inchieste, processi che hanno fatto emergere come oggi l’immagine del Made in Italy sia effettivamente minacciata da quella che però è una realtà e ovvero il fatto che le filiere della moda molto spesso diventano catene di appalti, di subappalti opachi dove si annida il caporalato, dove si annida lo sfruttamento. Ecco, noi crediamo che tutelare l’immagine del Made in Italy non è provare inutilmente a mettere questa polvere sotto il tappeto, ma può essere e deve essere provare a risolvere il problema dello sfruttamento del caporalato all’interno delle filiere”.

Scritto da: Redazione Novaradio