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Emilio Santoro, vicepres. L’Altrodiritto – 27 gennaio 2026
FIRENZE – Non di “semplici” lesioni ma di “tortura”: di questo si sono resi colpevoli 9 agenti di polizia penitenziaria, tra cui un’ispettrice, in forza al carcere di Sollicciano, accusati di aver causato gravi danni a due detenuti di origine marocchina (costole rotte e un timpano perforato), che hanno denunciato di aver subito dei pestaggi all’interno dei locali del carcere. A deciderlo il giudice della Corte d’assise d’Appello di Firenze, che ha “riqualificato” il reato in base all’articolo. 613-bis del Codice Penale – il reato di tortura appunto, introdotto dalla legge n. 110 del 2017 – appesantendo di non poco le condanne: da un massimo di tre anni e mezzo del primo grado si è passati a pene che oscillano dai 3 anni e 4 mesi ai 5 anni e 4 mesi.
Una piccola rivoluzione giuridica? “Per essere sicuri bisogna aspettare la motivazione” – commenta a Novaradio Emilio Santoro, dell’associazione L’altrodiritto, che si è costituita parte civile al processo: “In effetti ci sembra che in Italia nella dottrina penalistica, si tenda a pensare alla tortura come quella dei tempi di Videla, di Pinochet, mentre l’orientamento che ci dà la Corte Europea dei diritti dell’uomo è molto diverso: cioè la tortura non è solo protezione dell’integrità fisica, anzi è prima di tutto protezione della dignità delle persone. Questo abbiamo sostenuto nella Costituzione di parte civile. L’importanza di riconoscere questi fatti come tortura, al di là del danno deriva dal fatto che in un carcere la mia incolumità, della mia dignità, dei miei diritti sono affidati agli agenti di Polizia Penitenziaria. Se loro tradiscono questa mia fiducia in loro, io vivo nel terrore”.
Una sentenza che può contribuire ad aprire la strada ad altre su casi simili, già avviati in Toscana. Ma ad essere decisiva sarà a breve (nel giro di un anno) la Corte di Cassazione: lì arriverà il processo per i pestaggi nel carcere di San Gimignano per cui 5 agenti sono stati condannati in Appello a pene comprese tra 6 anni e 6 mesi e 5 anni e 10 mesi: “Lì – dice – veramente si fisserà se lo standard italiano è lo stesso dello standard della Corte Europea dei diritti dell’uomo oppure si abbassa”.
Scritto da: Redazione Novaradio
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