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Sputnik - Minnesota Nazis - 11 febbraio 2026
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Justin Rundolph Thompson, direttore BHMF
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FIRENZE – In occasione dell’undicesima edizione del Black History Month Florence, il festival ogni febbraio promuove le culture afro-discendenti nel contesto italiano MAD Murate Art District ospita dal 12 febbraio al 12 aprile tre mostre: Black Body, Ancient City di T.J. Dedeaux-Norris, Triplet Consciousness di Heather Hart e William Demby. The Angel in the Death Cell, progetto di ricerca sviluppato da Black Archive Alliance.
Le mostre sono realizzate in collaborazione con l’American Academy in Rome. Il progetto mette in relazione le ricerche di artisti e artiste Rome Prize Fellows con i materiali d’archivio dello scrittore William Demby, che visse e lavorò all’American Academy in Rome negli anni Cinquanta, attivando un dialogo che attraversa luoghi, generazioni e differenti livelli di memoria. Roma e Firenze emergono così come poli interconnessi, legati da una storia comune di scambi culturali e da interrogativi condivisi su memoria, confinamento e trasformazione. In questo contesto, la produzione artistica si configura come un processo situato e relazionale, capace di connettere esperienza individuale e dimensione collettiva.
All’interno del tema Common Time, titolo e filo consuttore del BHMF 2026, le mostre di T.J. Dedeaux-Norris e Heather Hart, insieme al progetto di ricerca dedicato all’archivio del dramma The Angel in the Death Cell di William Demby, delineano uno spazio di riflessione in cui il quotidiano, il corpo e l’esperienza ordinaria diventano strumenti per rileggere il passato e il presente. Attraverso tre progetti espositivi distinti, dimensione intima e storia pubblica si intrecciano, offrendo chiavi di lettura che mettono in relazione identità, comunità e temporalità sovrapposte.
T.J. Dedeaux-Norris presenta Black Body, Ancient City, una nuova serie di oltre cento collage che assumono la forma di una poesia visiva frammentata, allestita in Sala Laura Orvieto. Il corpo entra in relazione diretta con l’architettura monumentale, dando vita a un linguaggio sviluppato durante la residenza dell’artista presso l’American Academy in Rome. Le opere, organizzate secondo una griglia irregolare, resistono a una lettura lineare e invitano a una percezione fatta di pause, ritorni e sovrapposizioni. Gesti di intimità, ritualità, gioia e lutto si confrontano con il peso simbolico degli spazi pubblici, rendendo visibile la presenza del corpo black all’interno di ambienti civici ancora attraversati da tensioni sociali. Accanto ai lavori su carta, un intervento pittorico murale che richiama una recinzione metallica introduce una riflessione su confini, soglie e dispositivi di controllo. Una postazione di ascolto accompagna la mostra, integrando The Emergence Room, podcast dell’artista registrato nel suo studio all’Accademia, e aprendo uno spazio di ascolto e riflessione che estende il progetto oltre la dimensione visiva.
In Triplet Consciousness, Heather Hart trasforma la Sala Anna Banti in un ambiente attraversabile, composto da rampe e impalcature che riconfigurano l’architettura esistente. L’installazione, rivestita di tessuti semitrasparenti e collage visivi, invita il pubblico a entrare e a muoversi liberamente nello spazio, sperimentando nuove modalità di orientamento e relazione. Il riferimento alla figura di Hermes o Mercurio, simbolo di transito e mediazione, accompagna un ribaltamento delle nozioni di interno ed esterno, dando forma a un’architettura al tempo stesso familiare e inedita. Il movimento dei visitatori diventa parte integrante dell’opera, rendendo evidente come le strutture – materiali e sociali – siano continuamente messe alla prova, adattate e ricostruite.
Le ex celle del primo piano ospitano una terza mostra, sviluppata a partire dalla residenza di Black Archive Alliance presso MAD Murate Art District e dedicata all’archivio del dramma The Angel in the Death Cell di William Demby, pubblicato per la prima volta nel 1963 sulla rivista romana The New Morality. Il progetto prende avvio da una ricerca condotta sull’archivio dell’autore, conservato nei pressi di Firenze, e indaga il patrimonio documentario come organismo vivo, capace di attivare nuove letture nel presente. Manoscritti, appunti di produzione e materiali d’archivio dialogano con ricerche sui temi della criminalizzazione e della reclusione, collocando l’opera di Demby all’interno di una storia più ampia di incarcerazione e resistenza. La documentazione della performance realizzata da Bradly Dever Treadaway e l’adattamento filmico di Kevin Jerome Everson, girato nel Carcere Duro di MAD, sono presentati insieme a costumi, oggetti di scena e fotografie di backstage, restituendo l’attualità del lavoro di Demby come spazio aperto di interrogazione e pratica contemporanea.
Scritto da: Redazione Novaradio
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