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Detenuto psichiatrico rilasciato e abbandonato a sé stesso, la denuncia dell’associazione Pantagruel – ASCOLTA

today15/05/2026

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    Stefano Cecconi, Associazione Pantagruel – 15 maggio 2026

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FIRENZE / PRATO – “Chi deve organizzare il delicato passaggio dell’uscita dal carcere soprattutto in casi di malattia psichiatrica? Quale percorso di reinserimento sociale è stato pensato per queste persone? Non è possibile continuare a gestire l’ordinario come se fosse sempre un’emergenza”. Se lo domanda l’associazione Pantagruel, rendendo noto quel che è accaduto nelle scorse ore a Omar, nome di fantasia di un ragazzo di 26 anni con patologie psichiatriche certificate, arrestato per un tentativo di rapina e fino a pochi giorni fa, inviato prima al carcere della Dogaia dove è stato vittima di abusi sessuali, e poi trasferito nel reparto clinico carcere di Sollicciano.

Martedì scorso il magistrato di sorveglianza, constatate le gravi condizioni psichiche di Omar, ha decretato la revoca della misura di custodia cautelare in carcere e il collocamento in una struttura sanitaria adeguata in libertà vigilata. L’uomo è stato dimesso con una copertura farmacologica limitata e solo l’indicazione di presentarsi in modo autonomo al presidio sanitario di Prato, senza nessuna presa in carico di tipo né sanitaria né sociale, e nemmeno una soluzione concreta per la notte e senza un accompagnamento strutturato, nonostante le sue condizioni di fragilità, la marginalità sociale e le difficoltà linguistiche.

“Ovviamente il ragazzo non era in grado di andare a Prato, perché non è in grado” racconta Stefano Cecconi di Pantagruel a Novaradio: “Per fortuna, il carcere ci ha contattato, “Fatima Ben Hijji, la nostra presidente, si è attivata immediatamente insieme ad alcuni volontari già presenti a Sollicciano. Dopo ore di telefonate, rifiuti e scaricabarile, è stata trovata una soluzione provvisoria per una notte in un istituto religioso. E anche ieri – ricorda Cecconi – sono stati i volontari di Pantagruel ad accompagnare il ragazzo al presidio sanitario.

Resta la domanda di fondo: chi si prende davvero cura di persone come Omar una volta uscite dal carcere?” chiede Cecconi: “I volontari lavorano ogni giorno per garantire dignità e diritti ai detenuti, qualunque sia la loro storia – dice ancora Cecconi – ma non possono sostituirsi alle istituzioni. Servono percorsi, strutture organizzative e una presa in carico reale, soprattutto nei casi di disagio psichiatrico. Non si può scaricare tutto sulla buona volontà delle associazioni”.

“Ci deve essere un protocollo d’intesa – osserva – forse fra il Tribunale, il carcere, le strutture sanitarie del territorio che organizzano questo ponte di questi in questi casi, perché poi il carcere e queste storie che io chiamo minime, sono lo specchio della nostra società”.  Se l’associazione non avesse preso cura di Omar, dice ancora, “forse avrebbe vissuto per la strada, forse avrebbe compiuto un altro reato e quindi sarebbe stato nuovamente arrestato, sperando che quello che forse poteva commettere non avesse creato problemi alla sicurezza dei cittadini. Quindi la famosa sicurezza, secondo me, si riesce a generare attraverso processi organizzativi compiuti”.

Rimane anche la domanda su come sia possibile che in questi casi la sanità dentro e quella fuori dal carcere non comunichino: “Probabilmente non si parlano che forse non c’è un protocollo, forse perché in fondo Omar è un problema e da un punto di vista economico può essere un costo per la sanità pubblica. Queste cose che sono molto molto importanti perché impattano sulla salute pubblica andrebbero forse correttamente protocollate e organizzate, sennò tutte le volte gestiamo un’emergenza”.

Scritto da: Redazione Novaradio