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La Settima Ossessione - 20 maggio 2026
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Antonella Bundu e Dario Salvetti su Nave Lager
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Dario Salvetti su video Ben-Gvir
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Dario Salvetti e Antonella Bundu su mancato intervento internazionale e richieste alle istituzioni
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Antonella Bundu, racconto completo dell’intercetto e detenzione
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Dario Salvetti, racconto completo
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FIRENZE – “Tecnicamente siamo stati in un campo di concentramento galleggiante in mezzo al Mediterraneo: non è un termine che usiamo con leggerezza, ma dal momento in cui una persona ti punta un mitra e ti sequestra portandoti in un luogo in cui non hai nessun diritto. In un regime carcerario duro sai quali sono i tuoi diritti. Noi in quel momento non eravamo coperti da nessuna convenzione internazionale, non sapevamo da quali diritti eravamo coperti. Eravamo persone senza documenti a cui era stato dato un numero, dentro a dei container circondati dal filo spinato in mezzo al Mediterraneo, senza acqua, cibo o una toilette, con persone che ci sparavano addosso pallini”. Lo raccontano Dario Salvetti e Antonella Bundu, attivisti fiorentini della Flotilla appena rientrati da Israele, in una conferenza stampa convocata questa mattina per raccontare la loro esperienza.
I due si trovavano insieme sulla nave “Don Juan”, intercettata in acque internazionali mercoledì 20 maggio e come gli altri attivisti della flotilla anche loro sono stati tratti in manette prima sulla “nave prigione” che li ha trasportati al porto di Ashdod, quindi nel campo di detenzione di Keziot, prima di essere rilasciati. “Qualsiasi cosa che abbiamo vissuto – hanno aggiunto – è nulla rispetto a quello che vivono ogni giorno i palestinesi, e noi abbiamo vissuto tutto questo nel privilegio di sapere che prima o poi sarebbe finito”. I due attivisti dichiarano di stare “relativamente bene, non abbiamo fratture o altro, i segni psicologici vedremo ma non ci hanno piegato. Ancora non ci siamo fatti vedere da un medico ma sicuramente ci andremo, e anche dall’avvocato”.
“Abbiamo saputo che c’è stata indignazione per le immagini di Ben Gvir, dei prigionieri sequestrati e seduti per terra ma è stato uno dei momenti più leggeri”, hanno spiegato ancora. “Qualsiasi spostamento facessimo eravamo sempre ammanettati con delle fascette e sempre con la testa abbassata. A volte ti tenevano la testa così in basso che non riuscivi a camminare. Ognuno di noi ha vissuto cose simili ma diverse, ognuno di noi è stato torturato in maniera diversa. Sappiamo dell’uso di taser su persone bagnate, al collo o sui genitali, sappiamo di molestie sessuali, che hanno sparato sulle persone con dei pallini. Abbiamo visto gente implorare per allargare le fascette perché avevano le mani che stavano sanguinando. Ci hanno sparato con il cannone ad acqua un liquido giallo per spingerci nei container con il filo spinato. Poi ti riprendono in video e sono fieri di questo. In continuazione risuonava l’inno di Israele”. I due attivisti definiscono il video come la punta dell’iceberg e l’indignazione per le immagini di Ben Gvir come “uno schermo che consente di non parlare del problema reale. Il sistema che abbiamo incontrato era oliato, collaudato e con amplissimo consenso. C’era una macchina amministrativa enorme e la sensazione che nessuno stesse solo eseguendo gli ordini: sembravano tutti convinti. Una società totalmente in bolla ripiegata in una sorta di distopia, di compulsione ossessiva dove la stragrande maggioranza della popolazione è assuefatta e immersa in questo livello di violenza”.
La complicità secondo i due è anche internazionale: “il Mediterraneo è il mare più controllato al mondo, avevamo droni di stati e agenzie internazionali sopra la testa ogni giorno. Una nave cargo-lager non può non essere vista. Non è stata non vista: è stata ignorata”.
“Ci sono arrivati tanti messaggi di solidarietà dai gazawi” e “rifaremmo tutto. Non può arrivare il messaggio ai palestinesi che hanno manifestato per noi che siccome siamo stati oggetto di tortura allora lasciamo. A Gaza in questo momento c’è una resistenza che è semplicemente rimanere a Gaza”. “Non abbiamo avuto contatti con nessuno, e questo vale anche per il governo e le istituzioni”, affermano Salvetti e Bundu. Adesso, hanno sottolineato, “c’è bisogno che i riflettori si spostino da noi, alla parte legale, e a far partire una campagna di boicottaggio, sociale e economica, complessiva e diffusa” verso Israele, “in cui ognuno possa fare la propria parte, dal non acquistare farmaci di provenienza israeliana come semplici cittadini, e come imprese rinunciare alle commesse israeliane. Fare come è stato fatto con il Sudafrica ai tempi dell’apartheid, fino a che le istituzioni agiscano per rompere ogni rapporto con Israele”. Per Salvetti e Bundui “dobbiamo dare a queste persone la sensazione di totale anormalità, anche solo per scoprire se da quella parte è rimasto un briciolo di umanità. Se vogliamo farli uscire da questa distopia dobbiamo fargli capire il livello di gravità in ogni modo perché stanno compiendo un genocidio. Il silenzio non è più accettabile, neanche da parte loro”
Scritto da: Redazione Novaradio
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