Cultura

60° Alluvione, i racconti degli angeli del fango: “Ci siamo tutti uniti e tutti abbiamo dato il massimo” – ASCOLTA

today04/11/2026

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    Marisa Siccardi, infermiera al CTO nel ’66 e angela del fango

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    Cipriana Bartolini, residente di Santo Spirito e angela del fango

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    Renato Pompei, residente all’Isolotto, angelo del fango

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    Carla Gifford, angela del fango inSan Frediano – 04112026

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    Enrica Menozzi, angela del fango da Reggio Emila – 04112026

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    Lucia Nencioni, angela del fango da Colle Val D’elsa alla Biblioteca Nazionale

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    Susan Glasspool, dal Regno unito studentessa a Firenze – 04112026

 

FIRENZE – Circa trecento tra Angeli del fango, Angeli in divisa delle varie forze armate, giornalisti inviati di giornali, radio e tv, radioamatori e altri che nel 1966 vissero l’Alluvione di Firenze, durante e dopo il 4 novembre, si sono ritrovati oggi al Mercato centrale di San Lorenzo per un pranzo organizzato dalla Fondazione Earth Water Agenda e l’Associazione Stampa Toscana in occasione del 60° anniversario dell’evento straordinario che mise in ginocchio la città.

“Ero caposala al CTO”, racconta Marisa Siccardi, oggi 91 anni, “il 4 novembre mi presentai subito in questura con tanto di stivali dicendo che ero infermiera e mi dissero che non sapevano cosa farmi fare, di andare in ospedale, mi unii quindi ad un gruppo di ragazzi giovani degli scout e con un bracciale della Croce Rossa cominciai a spalare con loro. Nella prima settimana feci tutta la tratta che da Via De Pucci andava in Via De Macci e la tratta da Santa Croce alla sinagoga a spalare col bracciale e ognintanto qualcuno mi chiamava, perché la situazione peggiora quella delle persone anziane, scivolavano, molti erano caduti, ho trovato persone fratturate, portavamo loro da mangiare, l’acqua e anche coperte: soprattutto in Via de’ Macci erano in condizioni di povertà estrema. Alla Casa del popolo Buonarroti in Piazza dei Ciompi c’era il dottor Simoni, lo si chiamava per venire a vedere in casa qualcuno di cui sospettavo le fatture. Quando trovavo queste persone, nonostante il loro dolore, si vedeva la gioia di vedere qualcuno che andava a aiutare. Gli sguardi di queste persone mi sono rimasti.”.

“Ci siamo tutti uniti e tutti abbiamo dato il massimo, tutto quello si poteva dare”, racconta Cipriana Bartolini, residente in piazza San Felice in Oltrarno e allora appena 14enne. “Il Ponte Vecchio l’ho passato dopo 4 giorni perché era completamente pieno di melma e c’erano gli orafi a setacciare l’oro, quel poco che hanno potuto ricavare. Ci sono delle scene che ormai non si dimenticano. A 77 anni mi sembra proprio ieri.”.

Renato Pompei, allora sedicenne e residente all’Isolotto racconta: “Il 5 novembre cominciamo ad organizzare un centro di soccorso lì all’Isolotto con la parrocchia che fece da riferimento, c’era Don Enzo Mazzi e Don Sergio e Silvano Miniati, sindacalista, politico di quel tempo. E noi, un gruppo di giovani, dai giorni successivi intervenimmo nella zona di Gavinana, molto colpita, in Viale Giannotti. Andammo lì appunto per due settimane. La sera eravamo veramente stanchi, arrivavamo a casa, le nostre madri ci prendevano gli abiti, loro hanno lavorato sempre nell’ombra e ci infilavano in vasca. Il fango e l’odore della nafta ce l’avevamo anche in casa. Quando Giorgio Lapira venne a trovarci al centro di soccorso il 25 aprile ci radunò lì e ci ringraziò per quello che avevamo fatto per la città e disse che senza di noi “non avremmo fatto riemergere per i in questa città””.

Carla Gifford, allora 22enne di Campo di Marte, che aiutò a ripulire San Frediano ricorda: “Fino a quella volta non si usavano molto i pantaloni: dall’alluvione in poi partì l’uso del pantalone. Almeno per me, ma anche tante altre donne.”.

Scritto da: Redazione Novaradio